homepage
chi siamo
circuito pubblico
Raccontingioco
teatro & musica
teatro ragazzi
circuito danza
vetrina teatro ragazzi
calendario
progetti speciali
archivio storico
link utili
mappa del sito
contatti


a cura di MARCO PARODI
con la consulenza artistica di PAOLO PILLONCA
coordinamento musicale PIERO MARRAS
Regia di MARCO PARODI

con
Francesco Atzeni, Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Ottavio Congiu, Rossella Faa, Clara Farina,Tina Garau, Rino Gianbalvo, Corrado Giannetti, Eleonora Giua, Elena Ledda, Luca Losito, Cristina Maccioni, Franco Madau, Piero Marras, Luisa Massidda, Paolo Meloni, Isella Orchis, Alessandro Pala, Rita Pau, Tino Petilli, Giorgio Pinna, Carlo Porru, Cesare Saliu, Claudio Sanna, Simonetta Soro, Daniela Spissu, Tenores di Bitti, Gisella Vacca, Liborio Vacca, Paolo Zicca

con la partecipazione del
Gruppo Amatoriale di Ovodda

e in collaborazione con
Conservatorio di Musica Pierluigi da Palestrina di Cagliari

Musiche eseguite da
Marco Malatesta, Gavino Murgia, Mauro Palmas, Gavino Soro, Francesco Sotgiu e dagli alunni del Conservatorio Roberto Balistreri e Sabrina Carta

Assistente alla regia
Marilena Loi

Direzione tecnica
Laura Grasso

Direzione di scena
Eriberto Caria, Arborio Santiago, Caterina Vesioli

Coordinamento generale
Antonio Cabiddu, Fulvio Fo, Lello Giua

Per gentile concessione della Ilisso Editore e di Rossana Copez


- - - - -

SA DIE E SA SARDIGNA
PRESENTAZIONE
Dopo aver curato per tre edizioni la rievocazione dei moti popolari di Cagliari contro i "Piemontesi" del 1794, ci pare opportuno, adesso, indirizzare il progetto non solo verso una ricostruzione storico celebrativa degli eventi, ma anche verso una ricerca delle radici sulle quali si regge l'identità del popolo sardo. La nuova idea, quindi, è quella di uno spettacolo in cui fondere musica, danza, canto e recitazione, mescolando sempre più strettamente pagano e cristiano, magico e rituale, in una continua simbiosi che testimonia dello sforzo costante del popolo dei "nuraghes" di esorcizzare le proprie paure attraverso complessi rituali capaci di proteggere dagli influssi maligni; un rituale principalmente basato sulla musica, di chiaro valore "apotropaico".
Lo spunto di partenza ci è dato dalla stupenda ballata di Sergio Atzeni che dà il titolo alla nostra proposta:

"Passavamo sulla terra leggeri come acqua,
come acqua che scorre, salta...
per i monti e i colli fino al piano...
a farsi lenta verso le paludi e il mare."

Nel libro di Atzeni un narratore orale, allevatore di cavalli, racconta ad un ragazzino orgoglioso e ignaro la singolare vicenda dell'Isola antica, col tono del racconto epico dominato da figure mitiche e favolose, perdute per sempre nelle epoche aurorali dell'umanità. Nel nostro spettacolo, invece, il narratore viene sostituito da un coro di vecchi - in costume sardo - che ci guidano in un lungo viaggio attraverso una monumentale raccolta delle espressioni più belle e curiose della poesia popolare della Sardegna, e che rappresentano un momento fondamentale per la riscoperta delle radici culturali del popolo sardo.
Non bisogna credere, però, che questo straordinario materiale possa essere restituito con una recita davanti ad un leggìo, che limiterebbe enormemente l'impatto spettacolare dell'evento. La nostra idea, invece, mira a ricostruire un grande affresco regionale, con i costumi autentici, all'interno del quale trova posto un'"orchestra etnofonica" composta da allievi del Conservatorio e dai migliori solisti dell'Isola, che rappresenta la più significativa testimonianza di quella singolare arte dei suoni che è antica quanto la stessa civiltà della Sardegna, e che mira al superamento delle tendenze isolazionistiche muovendo alla ricerca di uno specifico sonoro e linguistico assolutamente originale. Fanno parte dell'orchestra suonatori di "launeddas", di "corrus 'e boi", di "corrus marini", di "ranas 'e cannas", dei "pipiolu", di "sa trunfa", degli "affuente", insomma dei mille congegni sonori capaci di esprimere tutto l'universo dei suoni e in cui i sardi hanno esercitato sempre la loro fantasia e il loro ingegno; ma anche solisti di chitarra, organetto, benas.
La rappresentazione, poi, non si svolge all'interno di un "teatro" tradizionale; bensì in un luogo magico, capace di evocare quella "Pietra di luna" alla quale Giuseppe Dessì paragona la Sardegna, e che Sergio Atzeni descrive così bene nel suo libro:

"Un cerchio di terra di dieci braccia.
Vediamo la luna da una fessura della roccia,
alta sopra la nostra testa.
Suoniamo e danziamo per nascondere la paura."

Per questo noi abbiamo pensato alla "Reggia di Barumini", uno spazio capace di restituire il "sacro timore dell'anima del cosmo che stringe potente anche la razza bellicosa dei nuraghi". In esso abbiamo collocato l'azione scenica che comincia al mattino e si conclude al tramonto. Tutto lo spettacolo è racchiuso in questo spazio di riti ordalici, segnato da "bétili", strumenti di culto ma anche simboli di potenza fallica.
LO SPETTACOLO
In un luogo magico, al mattino. Il pubblico riempie progressivamente lo spazio destinato alla rappresentazione. L'idea è quella di non allestire un'unica platea, bensì di organizzare aree diverse, verso le quali indirizzare, di volta in volta, gruppi di spettatori. In esse prenderanno vita frammenti multipli di spettacolo, ripetuti ciclicamente, fino a comporsi - al tramonto - in un unico affresco che coinvolga tutti: attori, musicisti e spettatori.
Un Coro di 12 vecchi - simbolo della "memoria storica" della Sardegna - in costume bianco e nero, intona la ballata di Atzeni "Passavamo sulla terra leggeri" , che ci riporta alle epoche aurorali dell'Isola con un tono velato di nostalgia (il verso più ripetuto è "eravamo felici") e insieme con distacco ironico ("eravamo gente alta e stando nell'isola siamo diventati piccoli..."). L'orchestra etnofonica crea un tappeto di misteriose sonorità, mentre cinque "cantastorie" guidano gli spettatori verso le diverse zone di spettacolo.

I CANTI DELLA CULLA
In essa sono ricostruiti i "canti della culla" secondo le diverse tradizioni dell'Isola: "In cantu a sos ninnidos dognunu los cumpònede a sa mezzus manèra chi 'énini a sa memoria..."
Un gruppo di madri, accanto alle culle, si passa di bocca in bocca i "Ninnios" della tradizione: da quelli che si cantano la notte di Natale ("O divinu pipiu - dormi cum melodia"), a quelli del nuorese ("columbu dilicadu - dilicadu columbu"), di Cargèghe ("Coro de alligria - sa luna mia giara - de alligria cara"), di Codrongianus ("Pramma 'era e olia - i-ssu mundu boghe' fama"), di Cherémule ("Fizu meu ilthimadu - chi in su bene ti seas"). Tuttavia i versi non celebrano solo la bellezza del bambino, ma si aprono anche a presentimenti di dolore che si vogliono allontanare, come in questa "ninnia" del nuorese in cui la madre si rivolge addirittura alla Madonna perché protegga la sua creatura: "Lassa su prantu e sughe sa tittedda... cando ses manno diventes banditu... t'azudet sa Mama Soverana - a diventare capu 'e sa bardana", prefigurando così un'affermazione sociale del figlio attraverso le sue imprese da balente.

LA POESIA AGRESTE
Un'altra zona è riservata alla "poesia agreste". Si va dal popolarissimo idillio pastorale di Pietro Pisurzi (Pattada 1724-Tissi 1798): "S'anzone", che elabora la famosa allegoria dell'"agnella smarrita" usata per le domande di matrimonio; alle poesie di Pedru Luisu Matta, "S'angionedda", Paolo Mossa (Bonorva 1818 - 1892) "Sa cazza a ischeliu", Pompeo Calvia (Sassari 1857-1919) "L'aliba secca in mezzu a la rughitta", "No ti fida di l'agnili, Zuniari", Peppino Mereu (Tonara 1872-1901) "Frisca, bundant'e pura - cantas festas happ'iddu e cantu giogu", fino all'irresistibile comicità del bozzetto di vita contadina di Francesco Fais (Ploaghe 1785-1851) "Sos sorighes mi leant su riccattu", che esaspera la povertà e la miseria nel ritrarre la torma di sorci che invade la sua casa. Ad intervalli regolari, quattro coppie di attori daranno vita ai "contrasti" fra Uomo e Donna della tradizione popolare; come quello di Terranova Pausania che comincia con "Custa no el manera - su dare un'ora affettu e un'ora no.", oppure quelli altrettanto famosi che vede uno dei due amanti chiedere all'altro ospitalità per la notte. Si comincia con la "comare" che chiede asilo con un pretesto:
"Aberrimi, compare, /chi m'han serradu fora in domo mia."
per passare poi all'intraprendenza del pastore Paggiolu che riesce a dare forma d'arte - anche se un pò rozza e grossolana - a una scenetta che doveva essere frequente in Sardegna:
"Alloggiami, Cummari." /"Cumpari meu, no posso alloggiatti."
Come si concluderà la scenetta, è facile immaginarlo: il pastore promette di non toccare la "cummari" con un dito e lei accetta di farlo "patronu" in casa sua.
Sono previsti, inoltre, degli intervalli cantati sulla base della divertente ballata di Efisio Pintor Sirigu (Cagliari 1765 - 1814) "Femu cassadori, e tenemu scupetta", passando attraverso il saluto di "Bona sera zente amada" di Truddaju, per chiudere coralmente con la "Canthone de su innattiadòlzu" di Siligo che comincia con i versi "A benis, ajoè, ajoè - a boddire pira muscadella".

BRULLAS, FRASTIMOS, IRROCCOS, BATTORINAS, MUTOS
La "poesia agreste" ci introduce naturalmente ad un'altra zona di spettacolo: quella de "sos frastimos", "sas brullas", "sos irroccos" , "sos mutos" e "sas battorinas". Sono componimenti che riflettono il carattere degli abitanti, fieri e rudi quelli del Logudoro; agili, dolci, snelli, quelli del Campidano. Diversa appare la frase melodica, ma identica la intonazione. Il quadro si apre con la "Preghiera di zitellone" del solito Efisio Pintor ("A boso pregaus, Santa Filomena"), che si trasforma nell'invettiva delle donne di Olzai contro le femmine di Ottana che si maritano con gli uomini di Olzai ("In Olzai viuda ne bajana"); e per contrasto si arriva all'invettiva contro il matrimonio di G.Antonio Manchia (di Oschiri): "S'est beru chi su dimoniu", o più radicalmente a quello contro le donne ("Cioani, ch'aeti amanti - in femini no fideti"). Ma il sarcasmo può essere indirizzato verso un "vagheggino", come il Pintor in "Pilloni chi sesi de tantis e tantis", oppure trasformarsi in lamento per l'insopportabilità del celibato da parte del parroco di Olzai, Diego Mele, "Diciosi seti e biati - chiddi ch'aeti mudderi", che squarcia il velo di omertà che ha sempre ricoperto l'incontinenza sessuale di giovani pieni di vita che si sono fatti prete più per comodità che per autentica vocazione. Ma c'è spazio anche per brevi componimenti ("brullas") di Remundu Piras (di Villanova Monteleone) dedicati a "Su malu pagadore", "Su maridu contareddu", "A una tebbacona", "A su ezu pazosu" , "A sas botas chi tzirrian", "A un dumadore 'e caddos", di un'arguzia irresistibile. Ma quando lo stesso poeta si sposta su un terreno più serio, nasce una poesia civile di grande impatto emotivo: "Lassade su pistighinzu", dedicata ai proprietari terrieri cui la legge De Marzi-Cipolla ha inferto un duro colpo, togliendo loro privilegi che esercitavano da secoli. Da rilevare, poi, la straordinaria freschezza dei "mutos", che le ragazze da marito indirizzavano ai loro innamorati nelle sere d'estate; canti d'amore generalmente improvvisati lungo i ruscelli dove si andava a fare il bucato. Una poesia sempre venata di tristezza, perché esprime desideri inappagati. Ne presenteremo alcuni di Ozieri ("Istranzor d'Othieri - m'an cumbidad'a prandere", "I ssa crèsia 'e Bosa - na missa da reina", "In sa colthe 'e su re - in sa pezza 'e su puttu"), di Norbello ("cadenas, cadenilias - cadenilias de oro"), di Ittiri ("A m'acchero a sa polthe - affligidu che moro", "In su paris de 'Osa - bi ada unu nuraghe").
E che dire delle "battorinas" , composizioni tipicamente maschili, che fiorivano spontaneamente sulle labbra quasi sempre durante il "ballo tondo", fino a diventare a volte dei veri e propri "Blues", come in questo incredibile componimento ispirato alla ferrovia che unisce Nuoro a Macomer: "Oje sa ferrofia - fard ddae Nugòro - finas a Macumele", che sembra cantato dai piantatori di cotone del Tennessee.
Ma abbiamo dato ampio spazio alle composizioni di Benvenuto Lobina (Villanova Tulo 1914-1993), espressione del migliore vernacolo campidanese: "Sa dì 'e sa festa", "Poita, zia Peppa?", "Un'arregodu", "Ohi, custa 'oxi", "Chini scit" che è ritenuta da molti il suo capolavoro. Analogo risalto abbiamo voluto dare alla poesia campidanese di Faustino Onnis (San Gavino Monreale 1925), Vincenzo Pisanu (Uras 1945), Pedru Luisu Matta, chiudendo questa sezione con la celeberrima "Scomuniga de Predi Antiogu" che ci riporta alle polemiche e alle scomuniche che precedono e seguono l'abolizione delle decime. In essa s'arrettori de Masuddas porta sul pulpito una sua dolorosa vicenda privata, l'aver subito un furto di bestiame: dodici capre, quattro pecore figliate, tre pecore da latte, il caprone, il montone de ghia ed un altro montone che allevava per regalarlo ad una sua comare. La scomunica viene comminata contro quanti, in qualche modo, hanno avuto a che fare con il furto. Secondo il predicatore, la comunità è diventata un luogo di perdizione: le donne non si limitano a bagassai soltanto quando vanno a Cagliari come domestiche, si comportano allo stesso modo anche a intru 'e idda. "Totu su logu e' pringiu - e accanta de iscioppai."
Una collocazione speciale abbiamo voluto dare alla poesia di Francesco Masala (Nugheddu San Nicolò 1916), del quale presentiamo tre componimenti: "Litera de sa muzere de s'emigradu", "Cantone de sos piseddos" e "Ballata di Giovanna la Rossa". Ma non ci siamo dimenticati di Pietro Mura (Isili 1901 - Nuoro 1966) del quale Piero Marras eseguirà la ballata "L'hant mortu cantande".
Non abbiamo inteso, poi, assolutamente sottovalutare il ruolo della poesia "femminile", recuperando i testi di Juanna Elies ("Custa est sa terra chi bramo"), Maria Grazia Dessì ("Torra immoi"), Maria Sale ("In su tempu chi
passat"), Anna Cristina Serra ("Eppuru"), Maria Dore ("Confusa so pro tantu patimentu").

POESIA D'AMORE
Lo spazio maggiore, tuttavia, lo abbiamo assegnato alla "Poesia d'Amore", in tutte le sue forme, dalla passione sincera e profonda (nella quale, paradossalmente, ad esercitarsi sono dei sacerdoti, anche se molto "sui generis", come Gavino Pes, Diego Mele, Pietro Pisurzi, Giovan Pietro Cubeddu) fino al gaio intrattenimento pieno di madrigali, serenate, teneri lamenti, ardenti promesse, di poeti quali Paolo Mossa, Badore Sini, Vincenzo Pisanu, Anna Maria Falchi Massidda. Si comincia con il "Non si poni resistì" di Gavino Pes, insieme a "L'inganni chi aggiu intesu chi mi fai" dello stesso autore; e poi si passa al componimento di Pompeo Calvia "Pinsà tutta la notti solu a teni", fino alla famosissima "Feminas" di Vincenzo Pisanu. Ad intervallare la dizione poetica, verranno eseguite le più belle "serenate" che hanno tratto origine proprio dai versi di questi poeti:"Eo regiro pro te" (canto a chitarra) di Paolo Mossa; "Si ses ancora dormida"; "Aberrinni sa Janna, o frisca rosa"; "Serenada" dell'algherese Antonio Ciuffo; "Ite bella istanotte sa luna" di Juanne Piga, "Suspiri di lu me cori" di Gavino Pes, "Bella ca no ti potto visitare - ti mando sa columba ambasciatora". Hanno tutte in comune il tono inconsolabile per gli affanni d'amore, assaporati con acre voluttà.

CANTHONES DE SAMBENE
Ma non è possibile ignorare, secondo noi , le "Cantones de Sambene", i canti di cronaca nera che venivano cantati per le strade da poeti estemporanei come Giovanni Filippo Pirisi Pirino di Borutta, Giovanni Cubeddu Cossu di Ozieri, Giovanni Maria Fiori, Salvatore Bazzoni di Florinas, che ha saputo cantare "il delitto spaventoso e inaudito di un prete che ha ucciso la moglie e la figlia", Giovanni Antonio Solinas di Uri che ha dedicato un "Prositu" alla liberazione di una donna che ha ucciso l'amante per onore. Sono componimenti venduti anche dai merciai - forbici, coltelli, temperini - nelle sagre paesane per tre centesimi; un mezzo di comunicazione che in Sardegna spesso sostituiva la stampa diffondendo la poesia in un circuito di grande ed efficace divulgazione,e che identificano un genere inequivocabile di letteratura sarda. Queste canthones verranno recitate e cantate in mezzo al pubblico, alla maniera dei cantastorie.

LA TENTAZIONE DEL BUIO
Al tramontar del sole, si farà strada progressivamente l'idea della morte, i cui sintomi già si avvertono nei versi di Gavino Pes, "Palchi no torri, dì, tempu passatu? - Palchi no torri, dì, tempu paldutu?". In essi la malinconia ha qualche cosa di più dolce, e il suo accento, pur rassegnato, è sempre alto e fiero. E ancora "Tantu tempu era muta - la me' pòara musa, e oggi è molta.". Gli stessi sintomi possiamo coglierli nei versi di Paolo Mossa - "Cantas tristas memorias m'ischidas - in s'attonita mente". Una sorta di riepilogo, di bilancio finale, lo faremo con l'octava rima serrada di Luca Cubeddu - "O zegos de su mundu habitadores" - in cui si denunciano i pericoli del mondo, le vanità, la morte, il giudizio, premi e pene dell'anima nell'eternità. A far da controcanto los attitidos e i gosos della grande tradizione sarda: "Ahi triltha de me, ahi dolente - relthada so cernente - mi timìa.", "Rattu 'e su lizu ispartu - sa pramma 'era e olìa.", "Tue filthi s'amparu - de totta sa 'ida mia."; ma senza escludere qualche incursione nel grottesco - "Mòrt'èr maridu meu conchimannu - e mi lu batrin commo in carrettone" - per alleggerire un pò l'atmosfera.

CONGEDO
La chiusa della serata verrà affidata a due splendide liriche di Benvenuto Lobina, recitate in coro da tutta la compagnia, che si chiudono con un grido di speranza:
"Venite, venite gente / a questa festa che ci hanno promesso...
e voi, donne, buttate vie / questi panni neri, e portate fuori/
bianche tovaglie di lino / e pane e vino e fiori /e cantate
"muttettos" d'amore..."

Avremo raccolto così, per la prima volta, insieme tutto ciò che si agita nelle viscere della tradizione poetica sarda, ricollocandola nell'ambito di quella dignità artistica che troppo spesso gli stessi sardi faticano a riconoscerle.