PRESENTAZIONE
Dopo aver curato per tre edizioni la rievocazione dei
moti popolari di Cagliari contro i "Piemontesi"
del 1794, ci pare opportuno, adesso, indirizzare il progetto
non solo verso una ricostruzione storico celebrativa degli
eventi, ma anche verso una ricerca delle radici sulle
quali si regge l'identità del popolo sardo. La
nuova idea, quindi, è quella di uno spettacolo
in cui fondere musica, danza, canto e recitazione, mescolando
sempre più strettamente pagano e cristiano, magico
e rituale, in una continua simbiosi che testimonia dello
sforzo costante del popolo dei "nuraghes" di
esorcizzare le proprie paure attraverso complessi rituali
capaci di proteggere dagli influssi maligni; un rituale
principalmente basato sulla musica, di chiaro valore "apotropaico".
Lo spunto di partenza ci è dato dalla stupenda
ballata di Sergio Atzeni che dà il titolo alla
nostra proposta:
"Passavamo sulla terra leggeri come acqua,
come acqua che scorre, salta...
per i monti e i colli fino al piano...
a farsi lenta verso le paludi e il mare."
Nel libro di Atzeni un narratore
orale, allevatore di cavalli, racconta ad un ragazzino
orgoglioso e ignaro la singolare vicenda dell'Isola
antica, col tono del racconto epico dominato da figure
mitiche e favolose, perdute per sempre nelle epoche
aurorali dell'umanità. Nel nostro spettacolo,
invece, il narratore viene sostituito da un coro di
vecchi - in costume sardo - che ci guidano in un lungo
viaggio attraverso una monumentale raccolta delle espressioni
più belle e curiose della poesia popolare della
Sardegna, e che rappresentano un momento fondamentale
per la riscoperta delle radici culturali del popolo
sardo.
Non bisogna credere, però, che questo straordinario
materiale possa essere restituito con una recita davanti
ad un leggìo, che limiterebbe enormemente l'impatto
spettacolare dell'evento. La nostra idea, invece, mira
a ricostruire un grande affresco regionale, con i costumi
autentici, all'interno del quale trova posto un'"orchestra
etnofonica" composta da allievi del Conservatorio
e dai migliori solisti dell'Isola, che rappresenta la
più significativa testimonianza di quella singolare
arte dei suoni che è antica quanto la stessa
civiltà della Sardegna, e che mira al superamento
delle tendenze isolazionistiche muovendo alla ricerca
di uno specifico sonoro e linguistico assolutamente
originale. Fanno parte dell'orchestra suonatori di "launeddas",
di "corrus 'e boi", di "corrus marini",
di "ranas 'e cannas", dei "pipiolu",
di "sa trunfa", degli "affuente",
insomma dei mille congegni sonori capaci di esprimere
tutto l'universo dei suoni e in cui i sardi hanno esercitato
sempre la loro fantasia e il loro ingegno; ma anche
solisti di chitarra, organetto, benas.
La rappresentazione, poi, non si svolge all'interno
di un "teatro" tradizionale; bensì
in un luogo magico, capace di evocare quella "Pietra
di luna" alla quale Giuseppe Dessì paragona
la Sardegna, e che Sergio Atzeni descrive così
bene nel suo libro:
"Un cerchio di terra di dieci
braccia.
Vediamo la luna da una fessura della roccia,
alta sopra la nostra testa.
Suoniamo e danziamo per nascondere la paura."
Per questo noi abbiamo pensato
alla "Reggia di Barumini", uno spazio capace
di restituire il "sacro timore dell'anima del cosmo
che stringe potente anche la razza bellicosa dei nuraghi".
In esso abbiamo collocato l'azione scenica che comincia
al mattino e si conclude al tramonto. Tutto lo spettacolo
è racchiuso in questo spazio di riti ordalici,
segnato da "bétili", strumenti di culto
ma anche simboli di potenza fallica.
LO SPETTACOLO
In un luogo magico, al mattino. Il pubblico riempie
progressivamente lo spazio destinato alla rappresentazione.
L'idea è quella di non allestire un'unica platea,
bensì di organizzare aree diverse, verso le quali
indirizzare, di volta in volta, gruppi di spettatori.
In esse prenderanno vita frammenti multipli di spettacolo,
ripetuti ciclicamente, fino a comporsi - al tramonto
- in un unico affresco che coinvolga tutti: attori,
musicisti e spettatori.
Un Coro di 12 vecchi - simbolo della "memoria storica"
della Sardegna - in costume bianco e nero, intona la
ballata di Atzeni "Passavamo sulla terra leggeri"
, che ci riporta alle epoche aurorali dell'Isola con
un tono velato di nostalgia (il verso più ripetuto
è "eravamo felici") e insieme con distacco
ironico ("eravamo gente alta e stando nell'isola
siamo diventati piccoli..."). L'orchestra etnofonica
crea un tappeto di misteriose sonorità, mentre
cinque "cantastorie" guidano gli spettatori
verso le diverse zone di spettacolo.
I
CANTI DELLA CULLA
In essa sono ricostruiti i "canti della culla"
secondo le diverse tradizioni dell'Isola: "In cantu
a sos ninnidos dognunu los cumpònede a sa mezzus
manèra chi 'énini a sa memoria..."
Un gruppo di madri, accanto alle culle, si passa di
bocca in bocca i "Ninnios" della tradizione:
da quelli che si cantano la notte di Natale ("O
divinu pipiu - dormi cum melodia"), a quelli del
nuorese ("columbu dilicadu - dilicadu columbu"),
di Cargèghe ("Coro de alligria - sa luna
mia giara - de alligria cara"), di Codrongianus
("Pramma 'era e olia - i-ssu mundu boghe' fama"),
di Cherémule ("Fizu meu ilthimadu - chi
in su bene ti seas"). Tuttavia i versi non celebrano
solo la bellezza del bambino, ma si aprono anche a presentimenti
di dolore che si vogliono allontanare, come in questa
"ninnia" del nuorese in cui la madre si rivolge
addirittura alla Madonna perché protegga la sua
creatura: "Lassa su prantu e sughe sa tittedda...
cando ses manno diventes banditu... t'azudet sa Mama
Soverana - a diventare capu 'e sa bardana", prefigurando
così un'affermazione sociale del figlio attraverso
le sue imprese da balente.
LA
POESIA AGRESTE
Un'altra zona è riservata alla "poesia agreste".
Si va dal popolarissimo idillio pastorale di Pietro
Pisurzi (Pattada 1724-Tissi 1798): "S'anzone",
che elabora la famosa allegoria dell'"agnella smarrita"
usata per le domande di matrimonio; alle poesie di Pedru
Luisu Matta, "S'angionedda", Paolo Mossa (Bonorva
1818 - 1892) "Sa cazza a ischeliu", Pompeo
Calvia (Sassari 1857-1919) "L'aliba secca in mezzu
a la rughitta", "No ti fida di l'agnili, Zuniari",
Peppino Mereu (Tonara 1872-1901) "Frisca, bundant'e
pura - cantas festas happ'iddu e cantu giogu",
fino all'irresistibile comicità del bozzetto
di vita contadina di Francesco Fais (Ploaghe 1785-1851)
"Sos sorighes mi leant su riccattu", che esaspera
la povertà e la miseria nel ritrarre la torma
di sorci che invade la sua casa. Ad intervalli regolari,
quattro coppie di attori daranno vita ai "contrasti"
fra Uomo e Donna della tradizione popolare; come quello
di Terranova Pausania che comincia con "Custa no
el manera - su dare un'ora affettu e un'ora no.",
oppure quelli altrettanto famosi che vede uno dei due
amanti chiedere all'altro ospitalità per la notte.
Si comincia con la "comare" che chiede asilo
con un pretesto:
"Aberrimi, compare, /chi m'han serradu fora in
domo mia."
per passare poi all'intraprendenza del pastore Paggiolu
che riesce a dare forma d'arte - anche se un pò
rozza e grossolana - a una scenetta che doveva essere
frequente in Sardegna:
"Alloggiami, Cummari." /"Cumpari meu,
no posso alloggiatti."
Come si concluderà la scenetta, è facile
immaginarlo: il pastore promette di non toccare la "cummari"
con un dito e lei accetta di farlo "patronu"
in casa sua.
Sono previsti, inoltre, degli intervalli cantati sulla
base della divertente ballata di Efisio Pintor Sirigu
(Cagliari 1765 - 1814) "Femu cassadori, e tenemu
scupetta", passando attraverso il saluto di "Bona
sera zente amada" di Truddaju, per chiudere coralmente
con la "Canthone de su innattiadòlzu"
di Siligo che comincia con i versi "A benis, ajoè,
ajoè - a boddire pira muscadella".
BRULLAS,
FRASTIMOS, IRROCCOS, BATTORINAS, MUTOS
La "poesia agreste" ci introduce naturalmente
ad un'altra zona di spettacolo: quella de "sos
frastimos", "sas brullas", "sos
irroccos" , "sos mutos" e "sas battorinas".
Sono componimenti che riflettono il carattere degli
abitanti, fieri e rudi quelli del Logudoro; agili, dolci,
snelli, quelli del Campidano. Diversa appare la frase
melodica, ma identica la intonazione. Il quadro si apre
con la "Preghiera di zitellone" del solito
Efisio Pintor ("A boso pregaus, Santa Filomena"),
che si trasforma nell'invettiva delle donne di Olzai
contro le femmine di Ottana che si maritano con gli
uomini di Olzai ("In Olzai viuda ne bajana");
e per contrasto si arriva all'invettiva contro il matrimonio
di G.Antonio Manchia (di Oschiri): "S'est beru
chi su dimoniu", o più radicalmente a quello
contro le donne ("Cioani, ch'aeti amanti - in femini
no fideti"). Ma il sarcasmo può essere indirizzato
verso un "vagheggino", come il Pintor in "Pilloni
chi sesi de tantis e tantis", oppure trasformarsi
in lamento per l'insopportabilità del celibato
da parte del parroco di Olzai, Diego Mele, "Diciosi
seti e biati - chiddi ch'aeti mudderi", che squarcia
il velo di omertà che ha sempre ricoperto l'incontinenza
sessuale di giovani pieni di vita che si sono fatti
prete più per comodità che per autentica
vocazione. Ma c'è spazio anche per brevi componimenti
("brullas") di Remundu Piras (di Villanova
Monteleone) dedicati a "Su malu pagadore",
"Su maridu contareddu", "A una tebbacona",
"A su ezu pazosu" , "A sas botas chi
tzirrian", "A un dumadore 'e caddos",
di un'arguzia irresistibile. Ma quando lo stesso poeta
si sposta su un terreno più serio, nasce una
poesia civile di grande impatto emotivo: "Lassade
su pistighinzu", dedicata ai proprietari terrieri
cui la legge De Marzi-Cipolla ha inferto un duro colpo,
togliendo loro privilegi che esercitavano da secoli.
Da rilevare, poi, la straordinaria freschezza dei "mutos",
che le ragazze da marito indirizzavano ai loro innamorati
nelle sere d'estate; canti d'amore generalmente improvvisati
lungo i ruscelli dove si andava a fare il bucato. Una
poesia sempre venata di tristezza, perché esprime
desideri inappagati. Ne presenteremo alcuni di Ozieri
("Istranzor d'Othieri - m'an cumbidad'a prandere",
"I ssa crèsia 'e Bosa - na missa da reina",
"In sa colthe 'e su re - in sa pezza 'e su puttu"),
di Norbello ("cadenas, cadenilias - cadenilias
de oro"), di Ittiri ("A m'acchero a sa polthe
- affligidu che moro", "In su paris de 'Osa
- bi ada unu nuraghe").
E che dire delle "battorinas" , composizioni
tipicamente maschili, che fiorivano spontaneamente sulle
labbra quasi sempre durante il "ballo tondo",
fino a diventare a volte dei veri e propri "Blues",
come in questo incredibile componimento ispirato alla
ferrovia che unisce Nuoro a Macomer: "Oje sa ferrofia
- fard ddae Nugòro - finas a Macumele",
che sembra cantato dai piantatori di cotone del Tennessee.
Ma abbiamo dato ampio spazio alle composizioni di Benvenuto
Lobina (Villanova Tulo 1914-1993), espressione del migliore
vernacolo campidanese: "Sa dì 'e sa festa",
"Poita, zia Peppa?", "Un'arregodu",
"Ohi, custa 'oxi", "Chini scit"
che è ritenuta da molti il suo capolavoro. Analogo
risalto abbiamo voluto dare alla poesia campidanese
di Faustino Onnis (San Gavino Monreale 1925), Vincenzo
Pisanu (Uras 1945), Pedru Luisu Matta, chiudendo questa
sezione con la celeberrima "Scomuniga de Predi
Antiogu" che ci riporta alle polemiche e alle scomuniche
che precedono e seguono l'abolizione delle decime. In
essa s'arrettori de Masuddas porta sul pulpito una sua
dolorosa vicenda privata, l'aver subito un furto di
bestiame: dodici capre, quattro pecore figliate, tre
pecore da latte, il caprone, il montone de ghia ed un
altro montone che allevava per regalarlo ad una sua
comare. La scomunica viene comminata contro quanti,
in qualche modo, hanno avuto a che fare con il furto.
Secondo il predicatore, la comunità è
diventata un luogo di perdizione: le donne non si limitano
a bagassai soltanto quando vanno a Cagliari come domestiche,
si comportano allo stesso modo anche a intru 'e idda.
"Totu su logu e' pringiu - e accanta de iscioppai."
Una collocazione speciale abbiamo voluto dare alla poesia
di Francesco Masala (Nugheddu San Nicolò 1916),
del quale presentiamo tre componimenti: "Litera
de sa muzere de s'emigradu", "Cantone de sos
piseddos" e "Ballata di Giovanna la Rossa".
Ma non ci siamo dimenticati di Pietro Mura (Isili 1901
- Nuoro 1966) del quale Piero Marras eseguirà
la ballata "L'hant mortu cantande".
Non abbiamo inteso, poi, assolutamente sottovalutare
il ruolo della poesia "femminile", recuperando
i testi di Juanna Elies ("Custa est sa terra chi
bramo"), Maria Grazia Dessì ("Torra
immoi"), Maria Sale ("In su tempu chi
passat"), Anna Cristina Serra ("Eppuru"),
Maria Dore ("Confusa so pro tantu patimentu").
POESIA
D'AMORE
Lo spazio maggiore, tuttavia, lo abbiamo assegnato alla
"Poesia d'Amore", in tutte le sue forme, dalla
passione sincera e profonda (nella quale, paradossalmente,
ad esercitarsi sono dei sacerdoti, anche se molto "sui
generis", come Gavino Pes, Diego Mele, Pietro Pisurzi,
Giovan Pietro Cubeddu) fino al gaio intrattenimento
pieno di madrigali, serenate, teneri lamenti, ardenti
promesse, di poeti quali Paolo Mossa, Badore Sini, Vincenzo
Pisanu, Anna Maria Falchi Massidda. Si comincia con
il "Non si poni resistì" di Gavino
Pes, insieme a "L'inganni chi aggiu intesu chi
mi fai" dello stesso autore; e poi si passa al
componimento di Pompeo Calvia "Pinsà tutta
la notti solu a teni", fino alla famosissima "Feminas"
di Vincenzo Pisanu. Ad intervallare la dizione poetica,
verranno eseguite le più belle "serenate"
che hanno tratto origine proprio dai versi di questi
poeti:"Eo regiro pro te" (canto a chitarra)
di Paolo Mossa; "Si ses ancora dormida"; "Aberrinni
sa Janna, o frisca rosa"; "Serenada"
dell'algherese Antonio Ciuffo; "Ite bella istanotte
sa luna" di Juanne Piga, "Suspiri di lu me
cori" di Gavino Pes, "Bella ca no ti potto
visitare - ti mando sa columba ambasciatora". Hanno
tutte in comune il tono inconsolabile per gli affanni
d'amore, assaporati con acre voluttà.
CANTHONES
DE SAMBENE
Ma non è possibile ignorare, secondo noi , le
"Cantones de Sambene", i canti di cronaca
nera che venivano cantati per le strade da poeti estemporanei
come Giovanni Filippo Pirisi Pirino di Borutta, Giovanni
Cubeddu Cossu di Ozieri, Giovanni Maria Fiori, Salvatore
Bazzoni di Florinas, che ha saputo cantare "il
delitto spaventoso e inaudito di un prete che ha ucciso
la moglie e la figlia", Giovanni Antonio Solinas
di Uri che ha dedicato un "Prositu" alla liberazione
di una donna che ha ucciso l'amante per onore. Sono
componimenti venduti anche dai merciai - forbici, coltelli,
temperini - nelle sagre paesane per tre centesimi; un
mezzo di comunicazione che in Sardegna spesso sostituiva
la stampa diffondendo la poesia in un circuito di grande
ed efficace divulgazione,e che identificano un genere
inequivocabile di letteratura sarda. Queste canthones
verranno recitate e cantate in mezzo al pubblico, alla
maniera dei cantastorie.
LA
TENTAZIONE DEL BUIO
Al tramontar del sole, si farà strada progressivamente
l'idea della morte, i cui sintomi già si avvertono
nei versi di Gavino Pes, "Palchi no torri, dì,
tempu passatu? - Palchi no torri, dì, tempu paldutu?".
In essi la malinconia ha qualche cosa di più
dolce, e il suo accento, pur rassegnato, è sempre
alto e fiero. E ancora "Tantu tempu era muta -
la me' pòara musa, e oggi è molta.".
Gli stessi sintomi possiamo coglierli nei versi di Paolo
Mossa - "Cantas tristas memorias m'ischidas - in
s'attonita mente". Una sorta di riepilogo, di bilancio
finale, lo faremo con l'octava rima serrada di Luca
Cubeddu - "O zegos de su mundu habitadores"
- in cui si denunciano i pericoli del mondo, le vanità,
la morte, il giudizio, premi e pene dell'anima nell'eternità.
A far da controcanto los attitidos e i gosos della grande
tradizione sarda: "Ahi triltha de me, ahi dolente
- relthada so cernente - mi timìa.", "Rattu
'e su lizu ispartu - sa pramma 'era e olìa.",
"Tue filthi s'amparu - de totta sa 'ida mia.";
ma senza escludere qualche incursione nel grottesco
- "Mòrt'èr maridu meu conchimannu
- e mi lu batrin commo in carrettone" - per alleggerire
un pò l'atmosfera.
CONGEDO
La chiusa della serata verrà affidata a due splendide
liriche di Benvenuto Lobina, recitate in coro da tutta
la compagnia, che si chiudono con un grido di speranza:
"Venite, venite gente / a questa festa che ci hanno
promesso...
e voi, donne, buttate vie / questi panni neri, e portate
fuori/
bianche tovaglie di lino / e pane e vino e fiori /e
cantate
"muttettos" d'amore..."
Avremo raccolto così, per la prima volta, insieme
tutto ciò che si agita nelle viscere della tradizione
poetica sarda, ricollocandola nell'ambito di quella
dignità artistica che troppo spesso gli stessi
sardi faticano a riconoscerle.
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