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Elena
Pau "All'amore io ci credo"
le
canzoni di Milly
Scene
e Costumi di Marco Nateri
Adattamenti musicali di Lorenzo Sabattini
Azioni coreografiche di Simona Puxeddu
Regia di Marco Parodi |
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| e
con: Simone Sassu pianoforte, Graziano
Solinas fisarmonica, Lorenzo Sabattini
contrabbasso, Raffaele Musio chitarra |
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Milly,
quella dolce voce notturna di Roberto De Monticelli.
La natura notturna della voce di Milly, quel buio che
aveva nella gola e che è rimasto così giovane
e splendente attraverso gli anni era la sua cifra, il
suo emblema. Era il fiume su cui lei scendeva il versante
del tempo, foglia staccatasi da un albero degli anni Trenta
e conservatasi miracolosamente verde, con dentro tutta
la sua linfa di allora. A risalirlo, questo fiume, si
arriva su su, alle notti di Za-Bum e dei fratelli Schwarz,
la mitica compagnia di riviste che calò in Italia,
da Vienna, anno 1929, teatro Excelsior di Milano, lo spettacolo
si intitolava Donne all’Inferno, trenta giorni di
repliche deliranti subito seguite dallo spettacolo numero
due, il cui titolo non cambiava molto: Donne in Paradiso.
Il fiume di Milly non arriva fin lassù. Lei allora
era a Torino, a lavorare negli spettacoli dell’impresario
Fiandra, misurandosi, esordiente com’era, ma subito
popolare nel cerchio degli aficionados, con tipi come
Isa Bluette o come quella sconosciuta Emma Sam Fiorenzo,
proprietaria, a stare a Dino Falconi e Angelo Frattini,
storici della rivista, frivoli ma informati, d’uno
spettacoloso paio di gambe. Lei, Milly, non aveva uno
spettacoloso paio di gambe, ma ciò non impedì
a Umberto di Savoia, allora principe di Piemonte, di accorgersi
di lei, della “piemunteisa”, come poi l’avrebbero
chiamata. |
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| “Negli
occhi tuoi – c’è tanto blu...”:
bastava risalire lungo questo motivetto, il motivetto
centrale del Cavallino bianco, che Milly aveva cantato
tante volte ed eccola, lei, seduta in un salotto della
sua casa di Roma, e, sul tavolo, incorniciato d’argento,
un ritratto di Umberto, l’Umberto trentenne dei
tempi di Torino. |
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| Fu
allora, negli anni di Za-Bum in Broadway, che si fece
anche attrice, attrice brillante, recitando accanto a
Camillo Pilotto, a Romano Calò; e all’esordiente
Mario Castellani, che sarebbe diventato famoso come spalla
di Totò. |
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Poi, dopo un’esperienza cinematografica con De Sica
(Tre uomini in frac, per esempio, Tempo Massimo), vennero
le tournées fuori, da sola: prima la Francia, poi
l’America, dove rimase dodici anni. Altro affascinante
buio si addensò allora nella sua voce, sorella
di Zarah Leander e Marlene Dietrich. Ma quando tornò
in Italia trovò che della “piemunteisa”
d’anteguerra s’erano quasi dimenticati. E
allora, ecco Strehler, che andava dietro nel tempo alla
sua maniera. Aveva bisogno per L’opera da tre soldi
d’una voce notturna della vecchia Mitteleuropa.
Allora, ecco Milly diventata Jenny delle Spelonche a cantare
i song di Kurt Weill sul palcoscenico del Piccolo accanto
a Tino Carraro, il Tango del Magnaccia. Milly. Che rilancio
e che riscoperta. Nessuna è riuscita a darci il
senso di una dolcezza così straziata, sporca di
nebbia, lampione e punta di sigaretta, profumo da poche
lire e paura. Lei, un pianoforte, un raggio di luce; e
tutto il passato notturno dell’Europa, il gaio e
il triste, il rozzo e il fine, è lì; il
colpo d’anca della sciantosa meridionale e la roca
malinconia del Nord. Nella sua voce si rimescolavano i
fiumi delle grandi città, la Senna, il Danubio,
la Sprea; ma filava anche, rugginoso e ilare, il nostro
vecchio Naviglio domestico. Quando Milly cantava Stramilano
la nebbia di queste latitudini veniva su dalla sua voce
come da un’acqua scura; ma era una nebbia tutta
lampeggiante di riverberi.
Non credo che ne verrà presto un’altra come
lei, così radicata in una cultura che fu insieme
di teatro e di musica. Era una che veniva da lontano ma
che ha portato, fino all’ultimo, sulla piccola faccia
triangolare, il lume d’una giovinezza indistruttibile.
Era la giovinezza del secolo, nutrita dalla notte. |
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