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25/26 luglio - ore 21:30
Elena Pau "All'amore io ci credo"
le canzoni di Milly

Scene e Costumi di Marco Nateri
Adattamenti musicali di Lorenzo Sabattini
Azioni coreografiche di Simona Puxeddu
Regia di Marco Parodi
e con: Simone Sassu pianoforte, Graziano Solinas fisarmonica, Lorenzo Sabattini contrabbasso, Raffaele Musio chitarra
Milly, quella dolce voce notturna di Roberto De Monticelli.
La natura notturna della voce di Milly, quel buio che aveva nella gola e che è rimasto così giovane e splendente attraverso gli anni era la sua cifra, il suo emblema. Era il fiume su cui lei scendeva il versante del tempo, foglia staccatasi da un albero degli anni Trenta e conservatasi miracolosamente verde, con dentro tutta la sua linfa di allora. A risalirlo, questo fiume, si arriva su su, alle notti di Za-Bum e dei fratelli Schwarz, la mitica compagnia di riviste che calò in Italia, da Vienna, anno 1929, teatro Excelsior di Milano, lo spettacolo si intitolava Donne all’Inferno, trenta giorni di repliche deliranti subito seguite dallo spettacolo numero due, il cui titolo non cambiava molto: Donne in Paradiso. Il fiume di Milly non arriva fin lassù. Lei allora era a Torino, a lavorare negli spettacoli dell’impresario Fiandra, misurandosi, esordiente com’era, ma subito popolare nel cerchio degli aficionados, con tipi come Isa Bluette o come quella sconosciuta Emma Sam Fiorenzo, proprietaria, a stare a Dino Falconi e Angelo Frattini, storici della rivista, frivoli ma informati, d’uno spettacoloso paio di gambe. Lei, Milly, non aveva uno spettacoloso paio di gambe, ma ciò non impedì a Umberto di Savoia, allora principe di Piemonte, di accorgersi di lei, della “piemunteisa”, come poi l’avrebbero chiamata.
“Negli occhi tuoi – c’è tanto blu...”: bastava risalire lungo questo motivetto, il motivetto centrale del Cavallino bianco, che Milly aveva cantato tante volte ed eccola, lei, seduta in un salotto della sua casa di Roma, e, sul tavolo, incorniciato d’argento, un ritratto di Umberto, l’Umberto trentenne dei tempi di Torino.
Fu allora, negli anni di Za-Bum in Broadway, che si fece anche attrice, attrice brillante, recitando accanto a Camillo Pilotto, a Romano Calò; e all’esordiente Mario Castellani, che sarebbe diventato famoso come spalla di Totò.
Poi, dopo un’esperienza cinematografica con De Sica (Tre uomini in frac, per esempio, Tempo Massimo), vennero le tournées fuori, da sola: prima la Francia, poi l’America, dove rimase dodici anni. Altro affascinante buio si addensò allora nella sua voce, sorella di Zarah Leander e Marlene Dietrich. Ma quando tornò in Italia trovò che della “piemunteisa” d’anteguerra s’erano quasi dimenticati. E allora, ecco Strehler, che andava dietro nel tempo alla sua maniera. Aveva bisogno per L’opera da tre soldi d’una voce notturna della vecchia Mitteleuropa. Allora, ecco Milly diventata Jenny delle Spelonche a cantare i song di Kurt Weill sul palcoscenico del Piccolo accanto a Tino Carraro, il Tango del Magnaccia. Milly. Che rilancio e che riscoperta. Nessuna è riuscita a darci il senso di una dolcezza così straziata, sporca di nebbia, lampione e punta di sigaretta, profumo da poche lire e paura. Lei, un pianoforte, un raggio di luce; e tutto il passato notturno dell’Europa, il gaio e il triste, il rozzo e il fine, è lì; il colpo d’anca della sciantosa meridionale e la roca malinconia del Nord. Nella sua voce si rimescolavano i fiumi delle grandi città, la Senna, il Danubio, la Sprea; ma filava anche, rugginoso e ilare, il nostro vecchio Naviglio domestico. Quando Milly cantava Stramilano la nebbia di queste latitudini veniva su dalla sua voce come da un’acqua scura; ma era una nebbia tutta lampeggiante di riverberi.
Non credo che ne verrà presto un’altra come lei, così radicata in una cultura che fu insieme di teatro e di musica. Era una che veniva da lontano ma che ha portato, fino all’ultimo, sulla piccola faccia triangolare, il lume d’una giovinezza indistruttibile.
Era la giovinezza del secolo, nutrita dalla notte.
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